Strane storie intersecate si sviluppano in questi giorni. Non di acidi commenti, non di parole mancate, ma di necessità personali si formano i dilemmi. La realtà è che ogni giorno ci vantiamo di stare male, di avere più problemi degli altri, che non ci possono capire perchè la loro vita è semplice. E sappiamo che non è una risposta. Soltanto quando stiamo male possiamo lamentarci, e in quanto donne, è il nostro pane quotidiano.
Io sto cercando di cambiare.
Capita però che il tuo stare bene dia fastidio a coloro che stanno male. Perchè se non stai male anche tu sei proprio una stronza. Ognuno dovrebbe godere dei propri momenti di felicità, non per dimostrare agli altri che stai meglio, ma perchè sappiamo che questi giorni felici potrebbero finire da un momento all'altro. I giorni felici hanno questo lato oscuro: la paura che finiscano. Devi cercare di non pensarci, ma è un timore che pende sulla tua coscienza come una spada di Damocle, e non è che sia proprio il massimo.
Da parole malfatte mi son difesa fin troppe volte, non saranno le parole non dette a scalfirmi. Tutto dipende dall'importanza che diamo a queste cose; e devi riuscire a convincerti che ogni tanto la testa deve avere il sopravvento sul cuore, o da certi dolori non se ne esce più, come da un profondo crepaccio. Se ci stai dentro troppo tempo, non ti ricordi più la luce del sole.
È strano.
Da piccoli, alla scuola materna, si litigava per chi aveva fatto il disegno più bello, e ognuno parteggiava per sè. Già solo in quarta elementare ricordo che si continuava a dire "no, il tuo è più bello". Nasceva l'invidia. Non era cortesia, lo sappiamo tutti bene, era pura invidia di quell'altra persona. E che sia un disegno, la situazione familiare o amorosa, non cambia niente. Bisogna iniziare a vedere il bello in ciò che si ha. Non guardare al fornello che non si accende, ma ai tre che funzionano.
Non ho molto altro da dire. Spero solo che la gente possa cogliere queste parole invane come un invito a sorridere di più. Sforzandosi ogni giorno, chissà che tu possa svegliarti una mattina e sorridere senza accorgertene...
domenica 17 marzo 2013
lunedì 10 dicembre 2012
Quanto pesa la sveglia alle 5.
La verità è che non sono più una ragazzina.
Non ho più bisogno delle parole della musica per trovare conforto, nè l'eccitazione di un concerto. Almeno, non come ne avevo bisogno fino a tre anni fa. La decisione intrinseca di evadere dal mio stesso essere è nata con il bisogno di rinnovamento, dato dal profondo desiderio di trovare un posto da chiamare casa e un luogo a cui appartenere. Questa volta avrei fatto con cura le mie scelte, avrei valutato con attenzione tutte le possibilità e deciso quale sarebbe stata la migliore, nel tentativo di non soffrire ulteriormente.
Dopo un inizio del quale non vado molto orgogliosa, le cose hanno iniziato a funzionare.
Sembra assurdo, ma è scandaloso quanto l'esito personale dei concerti a cui assisto sia specchio della radicata esistenza presente dei giorni del tempo. Te lo senti se la giornata sarà perfetta. Certe volte senti anche il profondo senso di fallimento ancor prima.
Un anno dopo, più o meno.
Siamo sull'orlo della fine del calendario Maya. Significa soltanto che attaccheremo quello di un'altra civiltà scomparsa sul muro delle citazioni improbabili. Sono abbastanza scettica, ma se deve aver tutto una fine in undici giorni, vorrei almeno passare l'ultima sera con una sola persona.
Non rimpiango molto. Le mie scelte sono state dettate dalla necessità e ciò di cui non sono soddisfatta sono cose che, in fondo, non mi renderanno triste alla fine del tempo.
Nel dubbio, siate felici.
Per ora le parole sembrano essere sempre le stesse, quindi credo sia una saggia mossa non aggravare ulteriormente il fardello d'idiozie.
Grazie per la cortese attenzione e cordiali saluti, lettore.
Non ho più bisogno delle parole della musica per trovare conforto, nè l'eccitazione di un concerto. Almeno, non come ne avevo bisogno fino a tre anni fa. La decisione intrinseca di evadere dal mio stesso essere è nata con il bisogno di rinnovamento, dato dal profondo desiderio di trovare un posto da chiamare casa e un luogo a cui appartenere. Questa volta avrei fatto con cura le mie scelte, avrei valutato con attenzione tutte le possibilità e deciso quale sarebbe stata la migliore, nel tentativo di non soffrire ulteriormente.
Dopo un inizio del quale non vado molto orgogliosa, le cose hanno iniziato a funzionare.
Sembra assurdo, ma è scandaloso quanto l'esito personale dei concerti a cui assisto sia specchio della radicata esistenza presente dei giorni del tempo. Te lo senti se la giornata sarà perfetta. Certe volte senti anche il profondo senso di fallimento ancor prima.
Un anno dopo, più o meno.
Siamo sull'orlo della fine del calendario Maya. Significa soltanto che attaccheremo quello di un'altra civiltà scomparsa sul muro delle citazioni improbabili. Sono abbastanza scettica, ma se deve aver tutto una fine in undici giorni, vorrei almeno passare l'ultima sera con una sola persona.
Non rimpiango molto. Le mie scelte sono state dettate dalla necessità e ciò di cui non sono soddisfatta sono cose che, in fondo, non mi renderanno triste alla fine del tempo.
Nel dubbio, siate felici.
Per ora le parole sembrano essere sempre le stesse, quindi credo sia una saggia mossa non aggravare ulteriormente il fardello d'idiozie.
Grazie per la cortese attenzione e cordiali saluti, lettore.
mercoledì 21 novembre 2012
219
I giorni iniziano a scorrere lenti. La scelta di avviare un programma ben conformato crea dipendenza dalla normale amministrazione della vita stessa. La cosa non può continuare. Noia è la scelta più adatta. In attesa della fine, ci illudiamo di punti cardine che soltanto scandiscono il nostro countdown all'ultimo giorno. Futilità è diventata legge. In un'aula gremita i diversi pensieri prendono forma, integrandosi l'un l'altro in un concreto essere di luce, mentre i desideri degli altri creano distruzione, nelle loro vite c'è la sottrazione della nostra. La scelta di determinate parole nella comunicazione integra le scelte fatte con uno stimolo impercettibile alle azioni altrui, determinando stati d'animo differenti in relazione alle scelte altrui. Perchè sono le scelte che realizzano gli esseri. La presenza di indolenza crea anime inutili, nella determinazione di una salvezza data ad una selezione naturale, dove forse siamo gli esseri meno avanzati.
E poi ci circondiamo di cose.
Gli oggetti come droga, come determinazione di uno status sociale conformante la persona e le relative conseguenze sono spaventose, governate dall'apparenza. La creazione di un gruppo sociale potrebbe realizzare delle diverse attualità, realtà collegate e completamente distorte, legate da un filo rosso che ne determina l'esistenza. Un'incredibile rete di correlazione governa il mondo. Ed è la possibilità di alternanza che crea la bellezza del mondo.
Un mondo popolato di persone.
In fondo, viviamo per le altre persone, spendiamo soldi per le altre persone, amiamo un'altra persona. E non c'è nulla di meglio, alla sera, di una coperta e il proprio uomo al fianco, lasciando fuori da casa la dipendenza dagli oggetti, dalle altre persone, da un passato che cerca di riportarti ad altre dipendenze. La scelta di affrontare un altro evento del genere porta altre implicazioni, a livello morale. Le possibilità di dieci anni fa ancora mi inseguono, tirandomi con i suoi invisibili tentacoli di pensieri in un mondo che ho creato io stessa, ma che ho abbandonato per tornarci, per metterci soltanto la testa quando questo mondo è troppo buio. Ma questo universo necessita di cure. Le persone al suo interno non conoscono più questa nuova me stessa, i giardini son colmi di erbacce e gli edifici mostrano un'arretratezza non degna della loro consistenza immateriale di immaginazione. Le acque che lambivano i prati più non scorrono, prive della loro sostanza impalpabile di magia. Perchè è di questo che si parla, quando si intende la mente e le persone. Non capirai mai quanto una persona che ti ama possa sopportare finchè per lui non rinunci al tuo stesso passato, e questa scelta potrà cambiarti fino alla fine dei giorni.
E poi ci circondiamo di cose.
Gli oggetti come droga, come determinazione di uno status sociale conformante la persona e le relative conseguenze sono spaventose, governate dall'apparenza. La creazione di un gruppo sociale potrebbe realizzare delle diverse attualità, realtà collegate e completamente distorte, legate da un filo rosso che ne determina l'esistenza. Un'incredibile rete di correlazione governa il mondo. Ed è la possibilità di alternanza che crea la bellezza del mondo.
Un mondo popolato di persone.
In fondo, viviamo per le altre persone, spendiamo soldi per le altre persone, amiamo un'altra persona. E non c'è nulla di meglio, alla sera, di una coperta e il proprio uomo al fianco, lasciando fuori da casa la dipendenza dagli oggetti, dalle altre persone, da un passato che cerca di riportarti ad altre dipendenze. La scelta di affrontare un altro evento del genere porta altre implicazioni, a livello morale. Le possibilità di dieci anni fa ancora mi inseguono, tirandomi con i suoi invisibili tentacoli di pensieri in un mondo che ho creato io stessa, ma che ho abbandonato per tornarci, per metterci soltanto la testa quando questo mondo è troppo buio. Ma questo universo necessita di cure. Le persone al suo interno non conoscono più questa nuova me stessa, i giardini son colmi di erbacce e gli edifici mostrano un'arretratezza non degna della loro consistenza immateriale di immaginazione. Le acque che lambivano i prati più non scorrono, prive della loro sostanza impalpabile di magia. Perchè è di questo che si parla, quando si intende la mente e le persone. Non capirai mai quanto una persona che ti ama possa sopportare finchè per lui non rinunci al tuo stesso passato, e questa scelta potrà cambiarti fino alla fine dei giorni.
venerdì 17 febbraio 2012
Siate innamorati e sarete felici - Paul Gauguin
L' ultima volta che ho iniziato un post, riportato tra breve, vaneggiavo sulle aspettative, in una notte senza luna e senza amore. Intitolato Fluff, Hugs & Kisses. Or not?, così recitava:
"Ieri sera, appena arrivata a casa, avevo iniziato un piccolo monologo sulle aspettative. Iniziava così, su un foglio di carta...
Vorrei essere ubriaca per poter dire di aver scritto questa cosa in preda all'alcool. Ma quando mai. Questa notte vorrei parlare delle aspettative. Sono un po' come le illusioni, ma basate su più dati reali. E quando non si avverano, fanno più male. Perché dicono di noi donne, e a ragione, niente da obiettare, ma anche voi (uomini, ndr) siete ben strani. Date segnali contrastanti e noi ci creiamo delle aspettative.
Non è sicuramente l'intro più brillante che io abbia mai scritto, ma in questo momento è il più importante. Molti dicono che è meglio amare e perdere che non aver mai amato, ma il cuore non dice altrettanto mentre soffre, per amore."
Ho sempre pensato che si dovesse lottare per ottenere le cose. Ho anche capito che tante volte non basta lottare con il corpo e con l'anima, e ho sempre cercato di tirare fuori il buono da ogni situazione, per evitare il fatidico "making the same mistakes again" di Falling away with you dei miei amati Muse. Ma oggi, oggi che è una giornata meravigliosa, oggi vorrei donare tanta di questa mia gioia ad una persona che soffre, una parente che ha perso entrambi i fratelli, per cui ha donato la vita.
Dopo una settimana dall'aver scritto queste poche righe, è mancata anche lei. Aveva promesso alla madre di proteggere i fratelli, e così è stato. È come se avesse vissuto solo per loro. Era tanto cara. Mi mancherà. La mia felicità non l'ha raggiunta e non l'ha salvata. La mia vita continua ad essere felice, ma avrei voluto che i suoi occhi fossero asciugati delle lacrime per vedere la gioia nei miei e vivere ancora. E forse era soltanto un atto egoistico, e lei ora è in un posto migliore. Lo spero tanto per lei, anche se non ci credo molto. Ma credo anche che lei ci credesse abbastanza da rendere reale la vita dopo la morte, e che ora si sia ricongiunta ai fratelli.
Ciao Bea, ciao don Carlo, ciao don Luigi.
Ciao nonna. Sono passata a trovare anche te e anche se non ti ho conosciuta sai quanto io tenga a te e solo al pensiero mi vien da piangere. Ho versato una sola lacrima per Beatrice e per te piango ancora. Ti sarebbe piaciuto, a te l'avrei presentato. E pensare che per tutto questo tempo sono venuta a trovarti senza mai vedere oltre la tua tomba, e ora che ho visto so che tu lo vedrai. Perchè passerà del tempo prima che lui arrivi, spero che ne passi moltissimo. O meglio, spero che ti veda ma solo per ricordare, e non per piangere. So che ti vedrà e capirà. Certi segnali nella vita me li sono inventati ma questo è lì da vedere, è lì da toccare. Non è un caso, lo spero. Spero di non pentirmi di nulla.
"Ieri sera, appena arrivata a casa, avevo iniziato un piccolo monologo sulle aspettative. Iniziava così, su un foglio di carta...
Vorrei essere ubriaca per poter dire di aver scritto questa cosa in preda all'alcool. Ma quando mai. Questa notte vorrei parlare delle aspettative. Sono un po' come le illusioni, ma basate su più dati reali. E quando non si avverano, fanno più male. Perché dicono di noi donne, e a ragione, niente da obiettare, ma anche voi (uomini, ndr) siete ben strani. Date segnali contrastanti e noi ci creiamo delle aspettative.
Non è sicuramente l'intro più brillante che io abbia mai scritto, ma in questo momento è il più importante. Molti dicono che è meglio amare e perdere che non aver mai amato, ma il cuore non dice altrettanto mentre soffre, per amore."
Ho sempre pensato che si dovesse lottare per ottenere le cose. Ho anche capito che tante volte non basta lottare con il corpo e con l'anima, e ho sempre cercato di tirare fuori il buono da ogni situazione, per evitare il fatidico "making the same mistakes again" di Falling away with you dei miei amati Muse. Ma oggi, oggi che è una giornata meravigliosa, oggi vorrei donare tanta di questa mia gioia ad una persona che soffre, una parente che ha perso entrambi i fratelli, per cui ha donato la vita.
Dopo una settimana dall'aver scritto queste poche righe, è mancata anche lei. Aveva promesso alla madre di proteggere i fratelli, e così è stato. È come se avesse vissuto solo per loro. Era tanto cara. Mi mancherà. La mia felicità non l'ha raggiunta e non l'ha salvata. La mia vita continua ad essere felice, ma avrei voluto che i suoi occhi fossero asciugati delle lacrime per vedere la gioia nei miei e vivere ancora. E forse era soltanto un atto egoistico, e lei ora è in un posto migliore. Lo spero tanto per lei, anche se non ci credo molto. Ma credo anche che lei ci credesse abbastanza da rendere reale la vita dopo la morte, e che ora si sia ricongiunta ai fratelli.
Ciao Bea, ciao don Carlo, ciao don Luigi.
Ciao nonna. Sono passata a trovare anche te e anche se non ti ho conosciuta sai quanto io tenga a te e solo al pensiero mi vien da piangere. Ho versato una sola lacrima per Beatrice e per te piango ancora. Ti sarebbe piaciuto, a te l'avrei presentato. E pensare che per tutto questo tempo sono venuta a trovarti senza mai vedere oltre la tua tomba, e ora che ho visto so che tu lo vedrai. Perchè passerà del tempo prima che lui arrivi, spero che ne passi moltissimo. O meglio, spero che ti veda ma solo per ricordare, e non per piangere. So che ti vedrà e capirà. Certi segnali nella vita me li sono inventati ma questo è lì da vedere, è lì da toccare. Non è un caso, lo spero. Spero di non pentirmi di nulla.
lunedì 26 dicembre 2011
-American Chocolate Chip Cookies-
Questo esula un po' dai classici post di depressione o felicità, che per Natale non ho ancora avuto modo di pubblicare, ma questi biscotti sono un ottimo rimedio contro la tristezza, la combatte sia mentre li fai che mentre li mangi (cosa che a me di solito non succede, visto che faccio i dolci ma poi non li mangio).
Allora, la ricetta è stata ricavata da diverse ricette trovate su internet; questa ha il minor quantitativo di burro per tenere a bada la coscienza.
Ingredienti:
170 g di cioccolato fondente (io di solito faccio 140 g di fondente e 30 g di cioccolato al latte, ma si può fare anche tutto al latte)
190 g di farina
85 g di burro fuso
50 g di zucchero di canna
50 g di zucchero semolato
1/2 cucchiaino di lievito
1/2 cucchiaino di sale
1 uovo
Sbattere il burro fuso con gli zuccheri. Quando si crea una cremina omogenea, aggiungere l'uovo. Consiglio vivamente di far montare bene l'uovo, rende l'impasto più morbido e omogeneo, senza contare che è rilassante. Ottenuta una crema morbida e ben montata, aggiungere la farina setacciata, il lievito, il sale e il cioccolato che avrete sminuzzato in pezzi non troppo piccoli, se no non si sentono sotto i denti, ed è una goduria mordere il cioccolato. Se dovesse risultare un impasto troppo duro, aggiungete pure un goccio di latte, ma proprio poco, perchè si molla subito. Ora potete formare delle palline e schiacciarle o disporre l'impasto sulla teglia ricoperta di carta da forno come volete. Se volete mettere l'impasto negli stampini, vi consiglio di bagnare gli stampi ogni volta, perchè è un impasto parecchio appiccicoso. A questo punto infornate in forno preriscaldato a 180 °C per 10-15 minuti, ma dipende dal vostro forno, col mio meno di 20 non cuociono. Rimangono morbidi da caldi, ma quando si freddano diventano belli croccanti!
Buoni biscotti a tutti!
sabato 3 dicembre 2011
Cassette di kiwi e succo d'arancia.
Questo post nasce in una giornata in cui neanche la più bella delle notizie mi ha rallegrata.
Strane domande si formano nella testa nei momenti di solitudine. Credevo tante cose. Quando avevo 13 anni credevo che sarebbe bastato aspettare e le cose sarebbero state meravigliose, da sole. La vita era semplice, le convinzioni poche ma salde, gli amici rari e preziosi. Credevo in un futuro in cui il male che stavo subendo sarebbe stato vendicato, giustiziato, e io sarei vissuta in pace e correttezza. Avrei trovato l'uomo della mia vita, credevo di sapere già chi fosse, e ci avrei vissuto insieme fino alla fine dei nostri giorni.
A 15 anni ho capito che avrei dovuto lottare per la felicità, ma che lottando avrei ottenuto ciò di cui avevo bisogno. Lottando avrei avuto ragione, perchè ero maltrattata ovunque mi girassi, come quando avevo 10 anni, e credevo che il futuro sarebbe stato di vendetta e di sofferenza per coloro ceh mi avevano fatto del male. Gli amici erano sempre pochi, e ancor meno quelli sinceri, avevo il mio modello di vita che mi dava speranza in un futuro migliore, un futuro lontano da questo mondo.
A 18 anni mi si apriva un mondo. Gli amici erano molti, pochi quelli cari ma molti quelli vicini, il futuro era roseo, era il futuro per cui avevo lottato, l'amore era caro, ma ancora non sapevo non esserlo abbastanza. Amore era altro da quell'affetto. Amore ancora ora non so cosa sia. I sogni si nutrivano di sole riflesso sull'acqua, cupole e calli riflesse nei canali, immagini sorridenti riflesse nello specchio.
Oggi, 22 anni. Credo che la realtà sia qualcosa da cui si può evadere, ma mai per sempre. Credo che non siamo noi a determinare il nostro futuro, ma che sia il futuro a determinare noi. E il futuro non è come la fortuna, quello ci vede benissimo, sa perfettamente con chi andare. Non importa se vuoi sfruttare le occasioni della vita o no, non importa se vivi giorno per giorno o se fai dei progetti a lungo termine. Avrà sempre ragione su di te. Oggi, a 22 anni, sono tornata a casa dopo 3 anni a Venezia, dopo aver visto il mio sogno tanto agognato trasformarsi in un incubo, aver trovato poche care amiche e aver perso molto di me, trasformandomi in qualcosa che non sono. Oggi, a 22 anni, gli amici veri li conto sulle dita di una mano, e non tutte le dita, allontano gli altri per non dover soffrire. Mi odio per questo. Credo di essere una cattiva persona, ma non riesco a cambiare. Quello che ho vissuto mi ha forgiata così ed è difficile cambiare. Oggi, a 22 anni, sono guarita, il posto da palleggio che mi era stato promesso non c'è o non me lo vogliono dare, non lo so e non lo voglio sapere, preferisco pensare che non ci sia. Dormo in un letto matrimoniale, su un bordo, dal lato che non era il mio, perchè mia mamma dorme al centro del mio letto, accusandomi di tirare le coperte, perchè lei, sposata a 19 anni, non vuole dormire col marito. Non gli dice come cambiare, lo critica soltanto. Mia mamma, quella che non sbaglia mai, che ha sempre ragione, che non vuole che esca neanche al sabato sera, perchè se no si offende, perchè mio fratello che ha 5 anni in più non esce (mai), che non ha mai torto, che lei non ha mai sbagliato, che lei è sempre colpa di qualcun'altro, che lei è sempre colpa mia, che lei è morta dentro, che non ci si può parlare insieme, che si offende per ogni cosa, e tu sei colpevole, responsabile, e ci stai male. Lei, che poco mi ha insegnato, lei, che ho sempre creduto essere normale prendere a parole mio papà fino a quando ho scoperto che i genitori degli altri andavano in vacanza insieme e a cena da soli, senza dire di coloro che hanno dovuto chiedere di fare certe cose più piano, che non riuscivano a dormire, lei, che se sbagli o sei goiù di morale, è lì pronta a dirti una parola di sconforto (non ho messo una s in più), lei, che solo lei ha capito tutto della vita, lei, che di me vede solo i difetti e lei, che mi ha rinfacciato di esser uscita solo col 100 dal liceo, perchè quella di matematica faceva le domande talmente bene che nessuno ha capito cosa volesse chiedere, e neppure io, e sono andata ancora più in crisi.
E io, che non sono meglio di lei, che sbuffa da davanti alla tv in un sabato sera in cui sto troppo male dentro per vedere delle persone che non so cosa pensino di me, e il pensiero mi tormenta, non sono meglio ma vorrei provarci, cerco di far vedere un'altra realtà, priva di pregiudizi e razzismo, una realtà di differenze, che rendono fantastico il mondo. Io, che vorrei ribellarmi ma non posso, che ho passato una notte a valutare l'ipotesi di sedermi in mezzo alla strada che vedo fuori dalla finestra, seduta dopo una curva, ad aspettare la fine, io, che ho passato quel tempo a ponderare i vantaggi di farla finita, pensando a come sarebbe stata la morte. Io, che non ho la forza di riconquistarmi la stanza.
Oggi, 22 anni. Non ho una stanza mia e piango, di sabato sera, davanti ad un pc.
Strane domande si formano nella testa nei momenti di solitudine. Credevo tante cose. Quando avevo 13 anni credevo che sarebbe bastato aspettare e le cose sarebbero state meravigliose, da sole. La vita era semplice, le convinzioni poche ma salde, gli amici rari e preziosi. Credevo in un futuro in cui il male che stavo subendo sarebbe stato vendicato, giustiziato, e io sarei vissuta in pace e correttezza. Avrei trovato l'uomo della mia vita, credevo di sapere già chi fosse, e ci avrei vissuto insieme fino alla fine dei nostri giorni.
A 15 anni ho capito che avrei dovuto lottare per la felicità, ma che lottando avrei ottenuto ciò di cui avevo bisogno. Lottando avrei avuto ragione, perchè ero maltrattata ovunque mi girassi, come quando avevo 10 anni, e credevo che il futuro sarebbe stato di vendetta e di sofferenza per coloro ceh mi avevano fatto del male. Gli amici erano sempre pochi, e ancor meno quelli sinceri, avevo il mio modello di vita che mi dava speranza in un futuro migliore, un futuro lontano da questo mondo.
A 18 anni mi si apriva un mondo. Gli amici erano molti, pochi quelli cari ma molti quelli vicini, il futuro era roseo, era il futuro per cui avevo lottato, l'amore era caro, ma ancora non sapevo non esserlo abbastanza. Amore era altro da quell'affetto. Amore ancora ora non so cosa sia. I sogni si nutrivano di sole riflesso sull'acqua, cupole e calli riflesse nei canali, immagini sorridenti riflesse nello specchio.
Oggi, 22 anni. Credo che la realtà sia qualcosa da cui si può evadere, ma mai per sempre. Credo che non siamo noi a determinare il nostro futuro, ma che sia il futuro a determinare noi. E il futuro non è come la fortuna, quello ci vede benissimo, sa perfettamente con chi andare. Non importa se vuoi sfruttare le occasioni della vita o no, non importa se vivi giorno per giorno o se fai dei progetti a lungo termine. Avrà sempre ragione su di te. Oggi, a 22 anni, sono tornata a casa dopo 3 anni a Venezia, dopo aver visto il mio sogno tanto agognato trasformarsi in un incubo, aver trovato poche care amiche e aver perso molto di me, trasformandomi in qualcosa che non sono. Oggi, a 22 anni, gli amici veri li conto sulle dita di una mano, e non tutte le dita, allontano gli altri per non dover soffrire. Mi odio per questo. Credo di essere una cattiva persona, ma non riesco a cambiare. Quello che ho vissuto mi ha forgiata così ed è difficile cambiare. Oggi, a 22 anni, sono guarita, il posto da palleggio che mi era stato promesso non c'è o non me lo vogliono dare, non lo so e non lo voglio sapere, preferisco pensare che non ci sia. Dormo in un letto matrimoniale, su un bordo, dal lato che non era il mio, perchè mia mamma dorme al centro del mio letto, accusandomi di tirare le coperte, perchè lei, sposata a 19 anni, non vuole dormire col marito. Non gli dice come cambiare, lo critica soltanto. Mia mamma, quella che non sbaglia mai, che ha sempre ragione, che non vuole che esca neanche al sabato sera, perchè se no si offende, perchè mio fratello che ha 5 anni in più non esce (mai), che non ha mai torto, che lei non ha mai sbagliato, che lei è sempre colpa di qualcun'altro, che lei è sempre colpa mia, che lei è morta dentro, che non ci si può parlare insieme, che si offende per ogni cosa, e tu sei colpevole, responsabile, e ci stai male. Lei, che poco mi ha insegnato, lei, che ho sempre creduto essere normale prendere a parole mio papà fino a quando ho scoperto che i genitori degli altri andavano in vacanza insieme e a cena da soli, senza dire di coloro che hanno dovuto chiedere di fare certe cose più piano, che non riuscivano a dormire, lei, che se sbagli o sei goiù di morale, è lì pronta a dirti una parola di sconforto (non ho messo una s in più), lei, che solo lei ha capito tutto della vita, lei, che di me vede solo i difetti e lei, che mi ha rinfacciato di esser uscita solo col 100 dal liceo, perchè quella di matematica faceva le domande talmente bene che nessuno ha capito cosa volesse chiedere, e neppure io, e sono andata ancora più in crisi.
E io, che non sono meglio di lei, che sbuffa da davanti alla tv in un sabato sera in cui sto troppo male dentro per vedere delle persone che non so cosa pensino di me, e il pensiero mi tormenta, non sono meglio ma vorrei provarci, cerco di far vedere un'altra realtà, priva di pregiudizi e razzismo, una realtà di differenze, che rendono fantastico il mondo. Io, che vorrei ribellarmi ma non posso, che ho passato una notte a valutare l'ipotesi di sedermi in mezzo alla strada che vedo fuori dalla finestra, seduta dopo una curva, ad aspettare la fine, io, che ho passato quel tempo a ponderare i vantaggi di farla finita, pensando a come sarebbe stata la morte. Io, che non ho la forza di riconquistarmi la stanza.
Oggi, 22 anni. Non ho una stanza mia e piango, di sabato sera, davanti ad un pc.
domenica 27 novembre 2011
Ridendo ascoltando una puntata dei Griffin che scorre sullo schermo dell'altra stanza decido di non usare punteggiatura sperando forse di tornare al flusso di coscienza e parole pure di molti anni fa quando problemi e uomini non infestavano la mia mente uomini sì uomini quelli che li odi ma non puoi farne a meno e gli amici ti mettono la pulce nell'orecchio e ti decidi a non farti sfuggire quest'occasione perchè non ne vale la pena o meglio la vale tutta per una volta impegnarsi in qualcosa sperando sperando che le parole diventino fatti e che si trasformino in futuro in questi giorni ho avuto modo di pensarci e ci ho pensato fin troppo ma non alla questione alla persona e ora mi viene in mente quel vecchio scambio di parole online con una cara persona che mi aveva capito talmente tanto da spaventarmi e mi aveva detto che usavo troppi ma e lo so ogni tanto mi correggo ma non ci riesco non mi impegno e non lo faccio ormai sei un ricordo lontano e chissà se mai ti rivedrò ancora ma in fin dei conti è solo un altro ma e pazienza potrò vivere anche senza di te anche senza i tuoi consigli e le tue notti in bianco ma non stiamo parlando di te ma di lui che ora non so neanche che diavolo pensare e mi togli le parole da quanto non riesca neanche io a capire come tu ed io potremmo un giorno essere qualcosa di più non lo so ogni tanto non riesco neanche a immaginarlo e ogni tanto credo che sarà il mio futuro come una puntata già vista di un telefilm una sitcom anni '90 con i personaggi del bar che riprendono i classici temi dei più normali personaggi una serie fatta sul nulla e poi ci sono io che scrivo che vorrei scriverla sta sitcom o almeno sarei onorata se me lo chiedesse se avessi la chance di scrivere il pilot non sarebbe male anche se non andrebbe bene lo so sono troppo indietro rispetto a loro ma non è mancando agli appuntamenti che recupero e poi vorrei giocare maledizione quanto vorrei giocare ma il ginocchio oggi fa più male del solito a ricordarmi che non ho ancora trovato il tempo per lui e che non mi aspetterà e il tempo scorre scorre via dalle mani per tornare ai tempi delle medie quando la creatività era pura massa argillosa da plasmare e la scrittura era solo uno dei tanti strumenti per scolpirla in sottrazione e l'arte era la mano che aggiungeva creta - ora fatemi respirare, è stata una serata che mi ha lasciato l'amaro in bocca.
La plot di White Darkness è pronta, basta scrivere il racconto. Dovrebbero essere 13 capitoli più l'epilogo. Potrei scriverlo tutto e pubblicarlo a settimane. Dodici settimane non sono poche. Potrei anche avere vertiginosi picchi di presenze online sul blog, tipo 5 in contemporanea. Potrei. Perchè io sia qui a scrivere potrei invece delle disavventure di Oxiria e soci, ancora non lo so.
La plot di White Darkness è pronta, basta scrivere il racconto. Dovrebbero essere 13 capitoli più l'epilogo. Potrei scriverlo tutto e pubblicarlo a settimane. Dodici settimane non sono poche. Potrei anche avere vertiginosi picchi di presenze online sul blog, tipo 5 in contemporanea. Potrei. Perchè io sia qui a scrivere potrei invece delle disavventure di Oxiria e soci, ancora non lo so.
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